Frappe di carnevale a Viterbo: la fragilità come principio di piacere

di Giano di Vico — 2026-08-06

Frappe di carnevale a Viterbo: la fragilità come principio di piacere

Le frappe di carnevale a Viterbo sono sottilissime, dorate e coperte di zucchero a pioggia. Si spezzano al primo respiro, e proprio questa fragilità le rende irresistibili: non provano a durare, provano a fare festa. Il carnevale ha sempre saputo che la serietà assoluta è una faccenda maleducata; una sfoglia fritta, leggera e rumorosa al morso lo dimostra meglio di molte prediche. Io le vedo e penso che anche il tufo, se potesse, per un giorno farebbe briciole.

La loro sottigliezza non è un incidente. È il principio di tutto: una pasta che diventa croccante, dorata, pronta a rompersi. Lo zucchero scende sopra come una piccola nevicata, ma una nevicata con migliori intenzioni. Le frappe, chiamate anche sfrappe nel focus SEO, non richiedono spiegazioni complicate; il loro linguaggio è immediato e sta nel contrasto fra aria e frattura. Si prendono, si spezzano, spariscono. L’ultimo passaggio, per una volta, non è una sconfitta.

A carnevale la tavola si concede questa delicatezza quasi sfacciata. Una frappa non pesa il discorso, lo interrompe con un crepitio; non pretende di essere il centro morale del pranzo, ma finisce per esserlo lo stesso. La zuccherata a pioggia si posa sulle dita, sulle labbra, forse persino sui giudizi di chi aveva detto di voler evitare i dolci. Ecco la fragilità come principio di piacere: ciò che si rompe subito riesce a lasciare una memoria più vivace di tante cose troppo ben impacchettate.

Passo per Viterbo con l’immaginazione e ci sento il carnevale non come un monumento, ma come un gesto ripetuto: un vassoio, una manciata di zucchero, le voci. Le frappe stanno bene in quel movimento perché sono leggere solo in apparenza; portano dentro l’idea che la festa non sia eterna e che proprio per questo meriti un’altra presa. La Tuscia sa essere concreta: anche la gioia, qui, non ha bisogno di diventare teoria.

Chi pretende un dessert stabile, impeccabile e facile da trasportare si troverà in difficoltà. La frappa si spezza, si sbriciola, imbianca chi la mangia. Ma è carnevale, non una riunione di condominio. Lasciamo dunque che la fragilità faccia il suo lavoro: dorata, zuccherata, felicemente incapace di prendere se stessa troppo sul serio.

Lo zucchero sulle frappe non copre soltanto: rende visibile la festa. Ogni frammento porta una traccia bianca e lieve, pronta a cadere. Non resta nulla di impeccabile, ed è esattamente il punto. La gioia più riuscita non conserva quasi mai il tavolo in ordine.

Fonti: TusciaUp, Gazzetta del Gusto