Ossi di morto viterbesi: mordere la morte con cannella e mandorle
di Giano di Vico — 2026-08-06

Gli ossi di morto viterbesi non fanno nulla per rassicurare chi pretende dai dolci soltanto morbidezza e sorrisi. Hanno il nome severo di Ognissanti, l’aspetto quasi scolpito e la durezza di una reliquia. Eppure, al centro di questa serietà, arrivano cannella e mandorla tostata: due profumi caldi che mettono una brace gentile dove ci si aspetterebbe solo silenzio. In novembre, quando la luce prende a congedarsi presto, mi pare un modo onesto di sedersi accanto alla stagione.
Sono un dolce da Ognissanti, e questo basta a collocarli in quel punto dell’anno in cui la memoria chiede spazio. Non è necessario caricarli di leggende non verificate: la loro forma e il loro nome portano già abbastanza immaginazione. Gli ossi di morto non nascondono il tema del passaggio, lo affrontano con un biscotto duro, da mordere con rispetto. La cucina popolare possiede spesso questa franchezza: non evita le cose serie, ma le accompagna con lo zucchero giusto e con un po’ di mandorla.
La cannella non rende tutto esotico per forza; qui è un soffio caldo che si intreccia alla nota più piena della mandorla tostata. La superficie dura diventa parte del racconto, non un difetto da scusare. Si spezza, resiste, obbliga a rallentare. In un tempo che vorrebbe ogni cosa immediata e cedevole, un biscotto che reclama attenzione è quasi un piccolo atto di educazione. Certo, non consiglierei di affrontarlo con l’impazienza di chi vuole risolvere il mondo tra un messaggio e l’altro.
Viterbo e la Tuscia sanno bene che il tufo conserva impronte e che l’autunno non ha bisogno di scenografie aggiunte. Gli ossi di morto stanno in questo paesaggio interiore: chiari e asciutti, con il calore della cannella a fare da contrappunto. Io li immagino su una tavola raccolta, dove le parole sono meno rumorose del solito e i gesti valgono qualcosa. Non per tristezza, ma per quella forma di presenza che i giorni di Ognissanti sanno chiedere.
Poi arriva il morso, e la morte, per una volta, fa le briciole. È un’ironia antica e gentile: un dolce con un nome funereo che profuma di mandorle e cannella. Chi desidera soltanto dessert docili forse cercherà altrove; gli ossi di morto non se ne avranno a male. Hanno già attraversato novembre, che è più di quanto possa dire la maggior parte dei pasticcini vanitosi.
La mandorla tostata non addolcisce il pensiero fino a cancellarlo; lo rende soltanto abitabile. E la cannella fa lo stesso, con un calore che non nega novembre. A volte la cucina è proprio questo: una maniera concreta di stare davanti alle cose.
Fonti: TusciaUp, Visit Lazio