Roscetto, l'autoctono ostinato: il Trebbiano giallo che dà nerbo ai bianchi della Tuscia

di Giano di Vico — 2026-08-08

Roscetto, l'autoctono ostinato: il Trebbiano giallo che dà nerbo ai bianchi della Tuscia

Intorno al lago di Bolsena, quando incontro il nome Roscetto, io non gli chiedo di scegliere una sola grafia per piacere al catalogo. Nei disciplinari della DOC Colli Etruschi Viterbesi o Tuscia compare come Trebbiano giallo, localmente detto Rossetto; Rossetto è inoltre indicato come uno dei sinonimi del Trebbiano giallo. I nomi locali non sono un difetto di fabbrica: sono il modo in cui un vitigno evita di diventare anonimo.

Il nome potrebbe derivare dalle chiazze marroni che gli acini assumono con la maturazione. La coltivazione è descritta come tradizionale nel Lazio, nell'areale intorno al lago di Bolsena, su terreni di lapillo, con un marcatore minerale di pietra focaia. Io cammino con queste informazioni senza aggiungere scenografie: lago, lapillo e vitigno sono già abbastanza. La modernità vuole sempre una didascalia più brillante; la vite, per fortuna, preferisce fare il proprio lavoro.

Nella tipologia Colli Etruschi Viterbesi o Tuscia Rossetto, il Trebbiano giallo non può essere meno dell'85 per cento; gli altri bianchi arrivano al 15, con esclusione della Malvasia di Candia. Nella DOC Est! Est!! Est!!! di Montefiascone il Rossetto entra invece dal 25 al 40 per cento. Sono due impieghi diversi e io non li confondo: uno mette il vitigno al centro, l'altro lo inserisce con una percentuale definita in un uvaggio.

Vinificato in purezza, il Trebbiano giallo dà vini di colore paglierino lieve, con olfatto delicato e note fruttate, finale lievemente ammandorlato; sono freschi, aciduli e sapidi. Qui posso sorseggiare senza inventarmi un dizionario di meraviglie: il disciplinare e le fonti offrono già parole sufficienti. Mi colpisce soprattutto l'equilibrio tra delicatezza e nervo, ma evito di trasformarlo in una sentenza universale per ogni bottiglia che porta quel nome.

Il Roscetto compare al 40 per cento nel Poggio dei Gelsi di Falesco, mentre Ferentano è indicato come versione in purezza, dorata, di grande estratto e lunga persistenza. Io tengo a mente questi due esempi e torno alla tavola senza fare il professore. Chiamo Roscetto ciò che i vignaioli chiamano così, leggo Rossetto quando lo prescrive il disciplinare, e bevo con misura: perfino un acino con una macchia marrone ha più personalità di molte etichette rifatte dal reparto marketing. Io lo lascio fare, con i suoi nomi e le sue quote, senza chiedergli di diventare un simbolo universale. Del resto, il lapillo e il lago non hanno bisogno di filtri: le bottiglie, invece, gradiscono ancora una buona lettura. Meglio così.

Fonti: Trebbiano giallo - Quattrocalici, Roscetto, l'eleganza di un autoctono - Wine at Wine, Fascicolo tecnico DOC Colli Etruschi Viterbesi o Tuscia - MASAF